Elea-Velia

Elea-Velia

lunedì 8 marzo 2010

Kahlil Gibran: Sui Figli


I figli non sono i vostri figli
Essi sono i figli e le figlie della vita che brama se stessa.
Vengono per mezzo di voi ma non da voi,
e benchè essi siano con voi comunque non vi apparttengono.
Potrete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
poichè essi hanno i loro pensieri.
Potrete ospitare i loro corpi ma non le loro anime,
perchè le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potrete visitare,
neppure nei vostri sogni.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli diventare simili a voi.
La vita procede e non si attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli,
come frecce vive,
sono scoccati in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza
affinchè le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere,
Poichè come ama il volo della freccia,
così ama la fermezza dell'arco.

Gibran

giovedì 4 marzo 2010

Guido Ceronetti


"Questa mostruosa perdita della bellezza del mondo è il nostro castigo per averne creata una superiore per mezzo dell’arte? (Pensiero da dandy della fine)"
"L’uomo è un’anima che trascina un cadavere. Noi deploriamo come morte il suo stancarsi, alla fine, di fare da spazzino."
"Se con Dio non si lotta, Dio è morto."
"Se si sappia vivere da vinti, lo si è un po’ di meno."
“ La scienza fa vivere i cuori più a lungo ma li ha avviliti.
Paghiamola senza ringraziarla”
Guido Ceronetti


Guido Ceronetti ovvero Del silenzio. De + ablativo è una costruzione latina che già ci comunica qualcosa di questo autore, è una lingua che ama, che rispetta al punto da far tradurre dal filologo Carlo Carena le parole che più gli stanno a cuore.
Guido Ceronetti nasce a Torino nel 1927, lo stesso anno in cui Heidegger pubblica Essere e tempo. Silenzio, corpo, essere, tempo, viaggio: sono coordinate in cui si muove la sua poetica, perché è essenzialmente poeta. In quel suo corpo magro, negli occhi azzurri dove abita l’infinito. Impossibile stendere una biografia senza averlo visto, senza conoscere la timidezza che lo accompagna come un bastone da passeggio, la ritrosia ad ogni forma di scavo che non sia d’anima, la purezza delle sue
rare, pubbliche apparizioni. Si nasconde dietro una marionetta o una fotografia, come un bimbo dietro il grembiule della madre.
Lessi la prima intervista su «Max» che ne pubblicava anche belle foto. Se la fisiognomica ha un valore, il suo viso è la mappa di un itinerario alla ricerca della purezza, del candore. Ecco, egli, graffiante e cinico è talmente candido… Le opere più significative: Viaggio in Italia (1983), Il silenzio dei corpi (1994), Tutte le poesie. Il Viaggio in Italia è la cifra degli scrittori romantici di ogni epoca, un bagaglio di natura e cultura cui affidare gli odori acri del mezzogiorno, le "nebbie di anice" del nord, l’essenzialità della Toscana, la convivialità generosa della Romagna, la Roma barocca. Quasi un rito iniziatico per i cultori del bello. Guido Ceronetti ne compone un paesaggio differente, intimo, interiore, dove la
«pioggia s’invena», tanto fa parte della psiche. È un viaggio sentimentale e lucido dove le brutture del moderno si sposano con lampi improvvisi di poesia inconsapevole, spesso scritta da chi poeta non è. Come in tutti i viaggi il protagonista è solo, perché il viaggio è sostanzialmente solitudine. Itinerario nello spazio ma anche nel tempo, culla che raccoglie i ricordi di quasi mezzo secolo, le crestaie «dell’ora di mezzogiorno», le donne che facendo pulizia sui balconi cantano, le ragazzine di oggi tutte egualmente strizzate in giacchette di pelle e jeans. Le città avvicinate e accarezzate o rifiutate come corpi femminili. Forse solo a Genova avrebbe potuto ancora innamorarsi. Genova dove Dino Campana si imbarcava e tornava, sempre vinto, sempre perdente. La follia del Tasso percorre le strade di Ferrara, impossibile tornarci senza sentirla. Intreccio di storie di uomini
e di cortili, di muri, di odore di pioggia, di scritte nei cessi, di sere dolcissime e notti inquiete. I cimiteri, poi, depositari del nostro silenzio sono descritti con naturalezza, come normale è la morte.
Il cibo semplice, frugale, accompagna lo scrittore quasi a trattenere, a rafforzare la sua identità che così, solo per il mondo potrebbe vacillare. La familiarità, la consuetudine con il cibo lo riconduce all’intimità. Il silenzio dei corpi è l’opera filosofica, in cui il pensiero si fa altro da sé e spazia all’interno e all’esterno alla ricerca del senso delle cose. Senso che è scavo, ruga, scoperta, luce, malattia, dolore, dialogo, assolo, carne che si decompone o esulta, corpo…
Altri hanno scritto sul corpo (U.Galimberti, F.Rella , E.Borgna), ma Ceronetti ha fatto tesoro della traduzione de Il Cantico dei Cantici, ove natura e cultura s’intrecciano e confondono al punto che la parola stessa s’incarna e diventa fragile, con i nervi scoperti, pudica e lontana dal ventre e pur viscerale, profonda, gutturale, straziata da malinconia o invasa da gioia. Nella copia del libro che Ceronetti stesso mi ha donato ho due segnalibri: una penna di passerotto e un biglietto di Kremerata baltica (Gidon Kremer, violinista, settembre musica del 2000), quasi a voler significare i due temi del libro: la fragilità del corpo e dell’anima e la tensione suprema verso l’infinito che la musica rappresenta.
L’intelligenza separata dal cuore, la delicatezza eccessiva che costringe il pensiero a prendere le distanze dal vulcano di desiderio e dolore che il corpo contiene a stento. Eros entra nel libro al lume di candela, quasi come un rito religioso, ove la gratitudine è il compenso. «Chi tace o non sorride dopo l’amore, degrada Eros». «La malattia pensata fa meno paura», il tema del corpo che s’ammala
senza tenerezza intorno, solo, tra esami senza fine e terapie. Nelle prime pagine del libro, illumina il titolo la riproduzione del quadro di Goya e il suo medico: «poema di umanità che non si contempla senza lacrime… tributo di riconoscenza che di stupore ci folgora».
Il ventre mostro e generatore di mostri, in Emile Zola, in L.F.Celine, come in Ceronetti è il ventre palcoscenico della nascita e della morte, attaccato più di ogni altro organo da infinite sofferenze: emorragie, peccati di gola e di avarizia, lussuria, il contenitore del peccato e della punizione. «Il problema della salvezza (della vera sapienza) è svuotarsi e io non faccio che seguire le mie curiosità
libertine, mi riempio, divoro passato, inseguo spettri nei corridoi del tempo». Ogni libro di Guido Ceronetti è un poema sul tempo. Il tempo cantato, passato, divorato, atteso, concluso, l’uomo viaggia sempre e soltanto nel tempo. Tutte le poesie. È quasi impossibile parlare di poesia senza essere poeti. Quella di Ceronetti permea
tutta la sua scrittura, poeti in qualche modo si nasce. Il poeta è colui che invece di masticare la realtà la tranghiottisce senza denti, fa del cibo un simbolo, una nuvola, un dolore, un ricordo… I titoli delle raccolte sono già possibili oggetti di studio: La distanza, Scavi e segnali. E poi le traduzioni “storiche” di Catullo, Marziale, Il Cantico dei cantici, Qohélet che segnano la parola con una cifra del tutto personale. La traduzione per Ceronetti è un “gesto sacro”, è meditazione nel
profondo, è ricerca filologica, è l’atto dell’ostetrica che porta alla luce.
All’inizio o alla fine dei suoi lavori poetici ci sono pagine in cui egli spiega il tempo, lo spazio, il modo in cui opera, ed è bello immaginarlo scrivere in piedi davanti a una finestra, mentre sorseggia il tè verde, all’alba come un soldato in guerra. Perché la sua è una vera e propria battaglia contro il brutto, contro il volgare, contro gli “operati d’anima” e il verso poetico è medicamento alla bruttura
e all’insignificanza. Desidero riportare una poesia di “passione civile” ma molto musicale, scritta dopo un disastro ecologico:

L’angelo sterminatore.
Sotto l’ala sgualcita del lenzuolo
Aspettavamo lo sterminatore
La voce era di medico e di amico
La favola remava senza riva
Il buio urlante dell’Occupatore
Finestre dov’è un lume ha tutte in mira
Voragine dell’Unità infinita
Che cosa sai di due piccole vite?
Questo testo superiormente poetico contiene tutti i temi della profondità labirintica di Ceronetti, in
questo caso, anche una virtù che non gli è del tutto congeniale: la semplicità. È come se, dovendo
approntare un testo di larga diffusione, avesse l’impegno etico di farsi comprendere da tutti.
L’impegno civile, la passione amorosa estesa al cosmo, la denuncia del brutto, dell’oscurità delle
nostre vite che ripetono stereotipi. Un giorno l’ho paragonato a un maestro del tè, allo stesso tempo
filosofo e guerriero.

William Butler Yeats





















William Butler Yeats: “The Second Coming” (1921)

Turning and turning in the widening gyre (1)
The falcon cannot hear the falconer;
hings fall apart; the center cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world,
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere
The ceremony of innocence is drowned;
The best lack all conviction, while the worst
Are full of passionate intensity.

Surely some revelation is at hand;
Surely the Second Coming (2) is at hand;
The Second Coming! Hardly are those words out When a vast image out of Spiritus Mundi (3)
Troubles my sight: somewhere in sands of the desert
A shape with lion body and the head of a man,
A gaze blank and pitiless as the sun,
Is moving its slow thighs, while all about it
Reel shadows of the indignant desert birds.
The darkness drops again; but now I know
That twenty centuries (4)
of stony sleep
Were vexed to nightmare by a rocking cradle,
And what rough beast, its hour come round at last
Slouches towards Bethlehem to be born?

Il secondo avvento
Traduzione di Roberto Sanesi

Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,
Il falco non può udire il falconiere;
Le cose si dissociano; il centro non può reggere;
E la pura anarchia si rovescia sul mondo,
La torbida marea del sangue dilaga, e in ogni dove
Annega il rito dell’innocenza;
I migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori
Si gonfiano d’ardore appassionato.

Certo qualche rivelazione è vicina;
Certo s’approssima il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! E le parole sono appena dette
Che un’immagine immensa sorta dallo Spiritus Mundi
Mi turba la vista; in qualche luogo nelle sabbie del deserto
Una forma dal corpo di leone e dalla testa d’uomo
Con gli occhi vuoti e impietosi come il sole avanza
Con le sue lente cosce, mentre attorno
Ruotano l’ombre degli sdegnati uccelli del deserto.
Nuovamente la tenebra cade; ma ora so
Che venti secoli di un sonno di pietra
Furono trasformati in incubo da una culla che dondola.
E quale rozza bestia, finalmente giunto al suo tempo avanza
Verso Betlemme per esservi incarnata?

mercoledì 3 marzo 2010

Cittadinanza Onoraria di Elea-Velia a Livio Rossetti e Nestor Luis Cordero




Conferimento della Cittadinanza Onoraria di Elea-Velia a Livio Rossetti e Nestor Luis
Cordero. sede della Fondazione Alario per Elea-Velia Onlus ad Ascea Marina (SA)
17 gennaio 2008, ore 19,45





















L’amministrazione di Ascea: “Noi chiediamo ai nostri concittadini…(e dico nostri
concittadini non perché concittadini di Ascea, la cittadinanza onoraria di Ascea la possono avere tutti. La cittadinanza onoraria di Velia la potranno avere soltanto quegli studiosi che hanno dimostrato di amare Parmenide, di amare Velia. E questa è una grande differenza.) Chiediamo loro di essere ambasciatori nel mondo della civiltà eleatica. Questo è lo spirito!”
Nestor Luis Cordero: “…Io sono molto commosso, l’italiano non è la mia lingua. Sono
sicuro di non trovare nel mio italiano le parole adeguate per trasmettere questa emozione. Ma troverò le parole necessarie per ringraziare tutti quelli che hanno permesso che io arrivassi a questa cittadinanza onoraria, al comune di Ascea, al signor Sindaco, alla Fondazione Alario, ma specialmente a Livio Rossetti che ha proposto il mio nome come primo cittadino onorario di Elea. Voglio manifestare pubblicamente la mia ammirazione per questo infaticabile lavoratore
intellettuale. Ho detto ammirazione perché Rossetti è capace di fare una sintesi naturale, rara ma magistrale, tra il ricercatore, lo studioso e d’altra parte il vero maestro, l’educatore, quello che forma nuovi filosofi, sia nuovi docenti, sia nuovi ricercatori. Questa sintesi è una virtù difficile da trovare. In generale lo studioso che arriva a livello di Rossetti gode della sua gloria. Livio con
grande generosità continua a formare i giovani, a immaginare gli eventi, come se avesse aspettato di andare in pensione per lavorare di più. …E’ per me un grande onore festeggiare con te questa cittadinanza onoraria, caro Livio! Questa è per me un’occasione specialissima. Adesso parlerò di me due minuti. Dirò una cosa che non ho mai detto, non ho mai scritto ma che devo dirvi in quest’occasione. E’ una confessione. Ho cominciato a capire, o a credere di capirem la filosofia di Parmenide la prima volta che sono venuto a Ascea. 40 anni fa io sono venuto per la prima volta nel luglio del 69. La fondazione Alario non esisteva. Io lavoravo già su Parmenide da 10 anni. Per me Parmanide era un filosofo enorme, era un pensatore magistrale, ma io lo vedevo un po’ astratto,lontano. Ma quando ho partecipato qui della sua atmosfera, quando ho toccato la terra che lui aveva toccato –perché 26 secoli di storia del cosmo non sono niente- quando ho guardato le stesse
stelle che lui guardava, lo stesso tramonto, lo stesso mare, adesso ho capito in un altra maniera Parmenide perché ho visto che la sua filosofia, quello che si chiama l’essere di Parmenide, era espressione dal fondamento di una realtà concreta. Mi spiego, questi elementi, terra-mare-stelletramonto, sono concreti, materiali. Ma quando ho capito che un individuo eccezionale è capace di cogliere la presenza nascosta in tutti questi elementi materiali, tutta questa materia diventa spirito,
diventa pensiero, diventa filosofia. E io ho incominciato a capire Parmenide in un'altra maniera. E adesso che io sono cittadino di Elea forse capirò meglio la sua voce perché parliamo la stessa lingua. E posso anche immaginare che posso parlare con Parmenide in una certa maniera, che Parmenide è qui o negli scavi di Velia e che mi dice “Nestora, (il mio nome in greco antico è Nestora) tu esisti perché tu sei qui, ma anche io esisto perché tu pensi a me e, come io ho scritto nel mio poema, essere e pensare è lo stesso. E anche se io non sono qui, io sono assente, come io ho scritto, il pensiero può fare presente quello che è assente. E adesso Nestora se tu sei e se io sono è perché c’è l’essere, senza l’essere non sarebbe né te, né me di queste cose, di questo cielo.”
Dopo quel momento, quando sono stato per la prima volta a Elea, io ho capito così l’essere di Parmenide, come una presenza dinamica che fa essere tutto quello che è. Forse mi sbaglio, ma non è importante se mi sbaglio, in ogni caso io sono rimasto fedele a Elea perché dopo quella prima visita sono ritornato più di venti volte... In ogni visita a Elea questa interpretazione dell’essere Parmenideo è stata confermata per me. Forse mi sbaglio in questa interpretazione, in ogni caso è una interpretazione che mi permette di vivere perché una cosa è essere vivo e un’altra
cosa è sentirsi vivere, e credo che quando Parmenide dice che l’essere è quello che si trova in tutto quello che sta essendo, è sentirsi vivente, e sentire l’essere in una maniera concreta. Adesso per me Parmenide non è più un pensatore astratto ma un pensatore che mi aiuta a vivere. Per finire, vorrei applicare a Parmenide due righe che lo scrittore Borges, grande scrittore argentino, ha applicato a se stesso. Borges ha scritto niente è antico sotto il sole…chi legge le mie parole sta inventandole. E’ così che io interpreto il poema di Parmenide, un testo che è stato scritto per far pensare. E il poema di Parmenide fa pensare.”
Livio Rossetti: “Dirò molto poco, perché molto è già stato detto e perché tutto è già bello così.”
L’emozione rompe la voce. Il prof. Rossetti continua nel suo intervento, ricordando a tutti che Nestor Luis Cordero è uno studioso che ha impegnato 40 anni della sua vita a studiare Parmenide. Ma intanto l’emozione della serata vive nelle immagini, negli sguardi. Le parole che ora riprendo attraverso la registrazione audio non ricordo di averle ascoltate quella sera, tanto ero immersa in quel luogo…Ricordo di aver colto per la prima volta il significato alto che può avere una cittadinanza onoraria nella sua espressione di cittadinanza attiva riferita non a Ascea ma
all’antica Velia. Mi soffermai a rilevare possibili principi applicativi sul piano della didattica per bambini della scuola dell’obbligo. Pensai e ancora mi chiedo se non risieda proprio nel sentimento di appartenenza ciò che diciamo educazione alla legalità, educazione all’ambiente.
(Registrazione audio/video a cura di Enrico Voccia www.portadimassa.net)
Pina Montesarchio

In lode di Babele di James Hillman


Questo contributo è tratto dalla conferenza che il professor Hillman ha tenuto a Siena il 17 novembre 1999. L'evento, al quale hanno partecipato studenti di tutta Italia, è stato organizzato dal Centro Interdipartimentale di Studi Antropologici sulla Cultura Antica dell'Università di Siena.
Dal momento che mi accingo a parlare di Babele, mi auguro che alla fine del mio intervento si alzeranno molte voci a dar corpo ad una confusione che ci sarà certamente; e sarà il benvenuto chiunque venga a portare la propria voce facendo sì che Babele possa continuare.
E' noto senz'altro a tutti il racconto del mito di Babele, narrato al capitolo 11 del Libro della Genesi: prima di Babele tutti gli uomini della terra avevano un'unica lingua, usavano le stesse parole. "Si dissero l'un l'altro: 'Costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra'. Ma il Signore scese dal cielo e disse:'Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti un'unica lingua ed ecco, questo è l'inizio della loro opera. Ed ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile'", vale a dire 'Ora potranno fare qualunque cosa'.
Un commentatore ebraico, che scrive più tardi, in pieno Medioevo, spiega così: 'Ora potranno mettere in trono l'idolatria'. Così accadde che Dio disperse gli uomini per tutta la terra, e creò un'infinità di lingue, e il popolo non fu più uno solo. Questa la punizione.
Dunque, nel mito della torre di Babele sono racchiuse tre diverse problematiche. La prima è quella dell'origine delle lingue: come ha avuto inizio un così gran numero di lingue? E' un problema diverso da quello su cui discutevamo qualche sera fa con Noam Chomsky, che riguardava piuttosto l'origine della lingua: intesa al singolare, in sé, potremmo dire il principio della lingua. Questo è invece il mito dell'origine della molteplicità delle lingue.
In secondo luogo, il mito affronta un altro problema: perché esistono così tanti tipi di popoli su tutta la terra? E, a un terzo livello, pone il problema della hybris : è quando il popolo è ancora un unico popolo che concepisce l'idea di arrivare fino al cielo o, come dicono più tardi i commentatori ebrei, che matura l'intenzione di attaccare il cielo, di ingaggiare una guerra con Dio, di innalzare idoli o di distruggere il cielo con lance e frecce.
Quale fu la punizione che Dio inflisse agli uomini per tale atto di hybris ? Questa: ad ogni popolo fu assegnata una sua lingua particolare, e mentre prima tutta la terra aveva un unico modo di esprimersi, ora gli uomini furono dispersi, occuparono l'intera geografia del pianeta, ed ebbero molte lingue. Quindi la dispersione su tutto il pianeta e la grande varietà dei luoghi geografici sono legate alla molteplicità delle lingue, e costituiscono una risposta alla hybris dell'unificazione.
E' quando c'è unicità che si realizza la hybris della torre, ed è allora che si ha un'unica lingua. E quando si ha un'unica lingua, si ha la hybris.
Su questo dobbiamo riflettere oggi, su come il mondo si avvii lentamente ad essere dominato da un'unica lingua: la lingua di Internet, le parole americane. Anch'io, in questo momento, sto usando quell'unica lingua.
Abbiamo detto che la narrazione biblica pone tre problemi diversi. Esistono moltissimi miti delle origini; non dell'origine della lingua, ma della costruzione di una torre che arrivi a toccare il cielo - i Nyambi ne hanno una in Messico, a Cholula, e in Messico ne hanno una pure i Toltechi, nell'Assam ce l'hanno i Cuki, in Birmania ce l'hanno i Karen: si tratta sempre di manifestazioni di hybris, di superbia, di arroganza, del tentativo di scalare e di aggredire la potenza di Dio. La punizione divina nel mito non consiste nella distruzione degli uomini, come avviene nel caso di Sodoma e Gomorra o nel caso del Diluvio: non si distrugge il mondo, ma si disperdono gli uomini per tutto il mondo. In altri termini, si crea la varietà, i vari insediamenti. E' difficile dire che si tratti davvero di una punizione. E' per impedire l'atto di hybris, per impedire l'uniformità che si ha la diversità. E' un elemento su cui riflettere, in mezzo a tante poderose spinte verso l'uniformità, nella scienza e nell'economia, negli affari, nella politica, e via dicendo.
Esiste chiaramente un impulso forte all'universalismo. L'aspirazione ad una scienza unificata, a un diritto internazionale, a una Chiesa e a una lingua universali: l'esperanto, ad esempio, esprime nel suo stesso nome l'idea di aspirazione, di 'speranza'. Speranza in una pace universale e nella possibilità di soluzione di tutti i conflitti attraverso l'unità. Ma non è questa la lezione che ci viene da Babele. Babele ci dice che l'unità produce una torre, e non è questo che il Signore vuole: lui vuole la diversità, la varietà.
La torre si ripropone oggi. Il sessanta per cento dell'uso quotidiano della lingua nei sistemi di comunicazione - Internet, Web - è fatto di parole americane. In tal modo siamo obbligati a guardare alla lingua americana. Nonostante che il cinquanta per cento degli abitanti del pianeta, come ha recentemente osservato Kofi Annan, non abbia mai fatto né ricevuto una telefonata. Metà della popolazione mondiale non ha mai parlato al telefono. Nondimeno, coloro che si avvalgono degli ingranaggi della comunicazione usano l'inglese americano. E' la lingua della medicina, degli affari, della scienza, dei viaggi, dell'ingegneria, del Web. Ci si chiede se questa lingua durerà; ci sono i futurologi - persone che si divertono a giocare con quello che accadrà, una sorta di profeti sociologici - che sostengono che questa lingua si esaurirà e che a rimpiazzare l'inglese americano ci saranno l'arabo, il cinese, lo spagnolo.
Si tratta di un problema di ampia portata, perché per alcuni aspetti l'inglese americano si rivela particolarmente adatto al mondo della tecnologia. Forse si pensa a lingue come l'arabo, il cinese, lo spagnolo considerando la percentuale di individui che le parlano?
Personalmente credo che siano lingue troppo immaginifiche, troppo irriducibili al tipo di linguaggio richiesto dalle nuove tecnologie.
Il linguaggio della nuova tecnolgia era già stato immaginato da George Orwell nel suo '1984' e fu da lui definita Neolingua (newspeak)', in opposizione all'Archelingua' (old speak), che viene ironicamente derisa per ciò che Orwell definisce 'la sua vaghezza e inutilità di significato'.
Questa è la descrizione di Orwell, in un 'opera che risale ormai a mezzo secolo fa: Non vedete? Il fine della Neolingua è quello di restringere il margine di errore. Ogni concetto di cui possiamo aver bisogno sarà espresso precisamente da una sola parola, con un significato rigidamente definito e tutti i significati accessori tagliati fuori e dimenticati. Anno dopo anno, sempre meno parole, e il margine di consapevolezza sempre più ridotto...
Orwell stava prevedendo, in modo estremamente dettagliato, una malattia endemica dell'anima del mondo, una malattia che si propaga per contagio dalla bocca degli uomini, che piovendo giù dai satelliti si diffonde attraverso l'aria, una malattia che si trasmette, annidata come un virus nel nostro software. La Neolingua viene prodotta sistematicamente nelle scuole americane, attraverso ogni frego rosso che gli insegnanti tracciano sulle composizioni scritte, attraverso tutti le indicazioni di scrittura fornite dalle case editrici.
I manuali americani di stile, che si tratti di stile academico, di stile espositivo o di stile narrativo, sintetizzano il loro credo di laica e puritana iconoclastia, con istruzioni chiarissime.
Faccio alcune citazioni da questi testi: quando si scrive, 'meno' in genere vuol dire 'meglio'. Tralasciare le parole inutili, cassare tutti gli avverbi di intensità. Scrivere utilizzando nomi e verbi. Arrendersi agli aggettivi solo come ultima risorsa. Sono consentiti solo alcuni avverbi. Evitare termini ricercati. Non lasciarsi tentare da una parola da venti dollari quando ne avete a disposizione una da dieci centesimi. La frase, una volta sfrondata, deve venir fuori sempre più chiara e più nitida.'
Questo è il modo in cui, negli Stati Uniti, ci insegnano a scrivere. I manuali di stile ci mettono in guardia dai verbi inerti, deboli, privi di azione, hanno orrore per la forma passiva. "I nomi forti funzionano con i verbi forti, i verbi forti hanno un effetto immediato sui nomi forti e concreti".
E' come se Ercole, una volta in pensione dalle sue fatiche di eroe, si fosse messo a scrivere testi di lingua.
Queste frasi, nude come pali di una staccionata, smilze come un cowboy, si fanno strada, infine, nei copioni del genere cinematografico più tipicamente americano, il western.
I manuali di stile insistono anche su parole con radice anglosassone, perché hanno, secondo loro, più forza e usano un minor numero di sillabe rispetto alle parole di derivazione latina. Questa devozione per il breve e il semplice incide anche sul nostro modo di bestemmiare, di dire parolacce, sulla nostra pornografia. Perfino sulla vita politica, visto che i candidati che hanno più successo sono quelli che hanno nomi costituiti da una sola sillaba: Dole, Bush, Ford, Gore, Kemp, Quayle, Lot, Hide, Starr, Brown, Bird, Hatch, Dodd, Glenn, ad infinitum et nauseam. Tale predilezione comporta anche dei pregiudizi etnici e razziali. Per inciso, i due principali testi dai quali ho tratto le citazioni precedenti sulle regole per scrivere correttamente in americano sono prodotti da persone che si chiamano Cook, Stunk e White.
La sostanza di questo ideale puritano si può riassumere nello slogan:'Eliminare le parole inutili'. Quando lo sentite, pensate al vostro e-mail: eliminare parole inutili. La scrittura potente è concisa, una frase non dovrebbe contenere parole non necessarie, un paragrafo non dovrebbe contenere frasi non necessarie, per lo stesso motivo per cui un disegno non deve avere tratti non necessari, una macchina non deve avere parti non necessarie. Parole non necessarie: ma cos'è che determina la necessità? Necessità di istruzioni chiare, di esportazione, di definizione, di informazione...
Che dire, allora, del bisogno di ambiguità, di suggestività, di enfasi, di ironia, di lusinga, di insulto, di complessità, di fantasia? Che dire degli effetti retorici? Cosa accade alle immagini nella lingua quando, come dice Orwell, "il significato è definito rigidamente, e tutti i significati accessori vengono tagliati fuori"?
Saremo ancora capaci di leggere Ariosto, Tasso o Shakespeare, visto che la loro forza sta nell'eccesso, nell'esagerazione, nell'iperbole?
L'ultima tappa nell'eliminazione di parole inutili è l'eliminazione delle parole stesse. Siamo ormai al di là della Neolingua . Considerate di nuovo il vostro e-mail: contiene una parola intera? Siamo, appunto, perfino al di là della Neolingua, che è in sé un linguaggio di nuovo conio, ma resta ancora, tutto sommato, un composto tradizionale. Quanto invece arriva attraverso Internet e si costruisce nel vostro software è difficile chiamarlo 'composto'.
Provate ad immaginare di cominciare una giornata, per esempio, a Washington. Inizio la giornata a Washington D.C.. Mi alzo la mattina: la mia sveglia digitale suona, ed ecco un numero rosso, sette, punto, punto, zero zero. Aiuto mio figlio a togliersi il PJ e a mettersi la t-shirt, i jeans e le nike, gli spengo il PC, gli faccio ingollare il K-19, mi accerto che prenda il suo vecchio J e le compresse di C, E, e B 12, gli preparo la cassettina personale del pronto-soccorso, visto che soffre di ADD, lo scarrozzo sulla mia F1-50 e lo scarico davanti alla PS 14 prima di parcheggiare nello spazio E-11, al mio posto di lavoro all'EPA nel quartiere WPCA del centro D.C.
Ognuna di queste abbreviazioni, di questi acronimi corrisponde esattamente a un'unica, inconfondibile realtà: lo spazio esatto del parcheggio. Termini assolutamente efficaci, di nessuna ambiguità, il culmine del nominalismo. Nel nominalismo, una parola significa ciò che colui che la pronuncia vuole che significhi. Il significato è dato da colui che parla. A una parola viene affidato un significato particolare, e un acronimo o un'abbreviazione svolge la stessa funzione di una parola. Non ci sono né radici né senso di appartenenza nelle parole. Il nominalismo facilita il processo tecnologico, ma che ne è del progresso etico, del progresso culturale?
Nelle questioni pratiche c'è un grande bisogno di una lingua chiara, universale. Abbiamo bisogno di vaccini universali per la nostra salute, di un regolamento edilizio universale, di sistemi di misura universali, di un controllo del traffico aereo universale, ma ci sono altri aspetti che restano in ombra.
E torniamo a Babele. Il mito di Babele sottolinea la dispersione, per tutta la terra, della lingua e dell'ubicazione. Lingua e ubicazione. Ma la lingua è situata da qualche parte. La lingua di Internet non ha un'ubicazione. In effetti, la lingua universale della Rete unifica eliminando la collocazione spaziale, promuove la mobilità, si muove da un luogo all'altro, perché la lingua può essere la stessa da qualunque parte si vada. Negli Stati Uniti il venti per cento della popolazione si sposta ogni anno. Ciò significa che un americano su cinque ogni anno cambia indirizzo. Viviamo in una società estremamente mobile, dislocata.
Abbiamo necessità di un discorso comune, non legato a luoghi particolari, abbiamo il linguaggio della televisione, corrente, facile, rapido, breve, che consente la mobilità, così che possiamo comunicare ovunque ci troviamo. E con questo si arriva alla perdita di senso del luogo, la perdita di idiomi, di toponimi, di patois, di dialetti, di inflessioni, di vernacoli, di slang . Si perde la particolarità ricca di immagini della lingua, che appartiene ai luoghi.
Un esempio di questa confusione: esiste un organismo internazionale che si occupa della fauna ittica del Mediterraneo, e che ha tentato con grande difficoltà di produrre un catalogo dei nomi dei pesci di quel mare, quelli commestibili, quelli non commestibili e così via. I nomi dei pesci del Mediterraneo cambiano praticamente ad ogni porto della costa, il pesce che è qui non è lo stesso pesce che è lì, e se anche è lo stesso pesce, ha un nome diverso: il luogo determina l'immagine dell'oggetto reale. Si tratta di una consuetudine mediterranea molto antica, che si ritrova anche nei nomi dei diversi dei e dee in tutta la Magna Grecia.
E' interessante notare che la maggior parte di ciò che si studia a scuola, la maggior parte di ciò che è considerato importante dalla stampa, in generale dai media, non ha un luogo. La matematica non ha una luogo, il metodo scientifico non ha un luogo, anzi non deve averlo, perché lo stesso esperimento, per essere valido, deve poter essere fatto a Osaka, a Berlino, a Berkeley, non deve essere influenzato né dal luogo né dal carattere di chi lo compie. Le verità e i dogmi della religione non hanno un luogo, sono universali.
Il linguaggio 'politicamente corretto ' non ha un luogo: deve poter essere usato dovunque, non deve recare traccia di alcun tipo di luogo o di persona, deve essere limpido, chiaro. Anche la psicoterapia non ha una localizzazione: una fissazione è una fissazione sia che ci si trovi a Londra, a Roma, o a Washington D.C. Una regressione è una regressione dovunque ci si trovi: la lingua della psicanalisi è ancora una lingua universale , senza una collocazione particolare.
Questo deve suonare quasi come un insulto in Italia, dove il fattore locale riveste un'importanza enorme. Ciò che in Italia è storia , è storia di luoghi, insediamenti locali, città. E il modo di parlare di ogni luogo. Io mi interesso delle malattie americane che si diffondono in tutto il mondo: la tragedia di Littletown, in Colorado, ci ha messo di fronte a un ragazzo che ha aperto il fuoco in una scuola; se si guarda alla situazione reale, a Littletown, i ragazzi, gli studenti di quella scuola non hanno una effettiva localizzazione. L'architettura della scuola era di stile 'internazionale': nessun elemento artistico, neppure minimo, nella scuola, niente che desse la sensazione di trovarsi da qualche parte.
Il problema del luogo e della lingua: e ancora il mito di Babele sottolinea che gli uomini si disperderanno per tutta la terra e ognuno avrà un angelo assegnato a quella nazione, come è detto nel testo biblico. Abbiamo un angelo assegnato a una certa nazione. L'angelo è 'anghelos', messaggero, e anche messaggio: ogni nazione ha il suo messaggio, il suo modo di parlare, le sue parole. Ciò è collegato a uno dei grandi problemi che attraversano tutto il mondo occidentale oggi, quello della mobilità e dell'immigrazione. Perché l'immigrazione è semplicemente una ri-collocazione . Una lingua comune unifica mediante la riduzione a un linguaggio più semplice.
L'immigrazione è un adattamento che passa per il rifiuto e la repressione. Ti adatti reprimendo e rifiutando il vecchio luogo, il paese di prima. Come sapete, gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati, e così la nostra lingua è ricca di espressioni, di parole e di inflessioni che vengono dagli immigrati, ma, in quanto lingua comune, lingua particolarmente nuova e 'politicamente corretta', o lingua di Internet, viene privata degli influssi che derivano dal fenomeno dell'immigrazione. Ciò che l'immigrato, uomo o donna, si porta dietro dal paese di origine sono la musica, le abitudini alimentari, l'educazione dei figli, ( su questo punto certe popolazioni hanno tradizioni molto particolari) e la lingua. Il vecchio paese è la vecchia lingua. La sua terra, le sue città, i suoi antenati. In particolare, un aspetto di quella lingua è costituito dalle antiche imprecazioni, che appartengono alle metafore e alle iperboli del vecchio paese.
Pensate un attimo alla maledizione: c'è un personaggio ne 'La Tempesta' di Shakespeare, Caliban, che è la voce dell'isola, delle rocce e delle grotte, dei boschi, dei fiumi, delle piante, e Caliban non ha un modo di esprimersi, non ha una lingua, è natura. Prospero insegna a Caliban a parlare, e gli dice, già nel primo atto: "Io ti commiserai, mi presi il fastidio di farti parlare, ti insegnai ora una cosa, ora l'altra; allorché tu balbettavi, selvaggio, suoni confusi e vuoti, come un animale, io diedi ai tuoi pensieri le parole che valessero a farli conoscere ". E Caliban risponde:"Tu mi insegnasti il linguaggio e il guadagno che ne ho è che appresi a maledire .... "La prima cosa che Caliban ha imparato, il primo valore della sua veemenza, della sua passione verbale è il fatto di maledire, è la capacità di esprimere l'iperbole della maledizione.
Così una delle vie di fuga per uscir fuori dal linguaggio trito e monotono della Tv, dal linguaggio del Web, fatto di poche sillabe e politicamente corretto, è stata il vernacolo dell'imprecazione, sono stati i diversi tipi di maledizioni locali, che nascono da ogni terra di ogni parte del mondo. Ed è interessante pensare che si tratti dell'inizio di una sorta di esplosione dell'anima emotiva: nel mito di Babele le origini della dispersione degli uomini scaturiscono, se volete, da un 'maledizione' da parte di Dio. Così uno dei modi per passare dal terrestre all'immaginativo, dall'universale al particolare e al locale è l'iperbole, l'eccesso della maledizione.
La maledizione è solo uno dei toni dell'iperbole: l'originario ponte linguistico, dal terrestre all'immaginativo, è più iperbole che metafora perché la metafora traduce significati, mentre l'iperbole traduce passioni. In Shakespeare troviamo un tipo particolare di questa fortissima esagerazione: un'esagerazione scurrile, offensiva, che si vanta, che maledice.... Quello che Oscar Wilde diceva della lingua di Shakespeare, che definiva 'rozza, volgare, esagerata, fantasiosa, oscena'.
Talvolta, quando studiamo i grandi testi della cultura, dimentichiamo come essi siano radicati nel terreno della lingua. In Shakespeare ciò è di una chiarezza impressionante: ci sono maledizioni su maledizioni, dramma dopo dramma. "Non c'è niente di equilibrato nelle nostre nature maledette, ma una scelleratezza totale ". Cleopatra esagera con un'iperbole straordinaria:" Meglio è cercare una pacifica tomba in qualche abisso dell'Egitto...meglio giacere nuda nella rigidità della morte, sulla melma del Nilo, preda di insetti divoratori, oggetto di orrore e di ribrezzo!"
E' questo che rende Shakespeare così ricco e così difficile da tradurre, il suo essere radicato in una lingua che tocca la terra, gli antenati, l'espressione comune e vernacolare. Shakespeare non sa parlare bene in Internet; e Amleto dice: 'Scellerato sanguinario, traditore, lascivo, spietato...Ah, vendetta!'
Mi viene da pensare che se usassimo una lingua più simile a questa, avremmo forse meno 'Littletownes', famiglie più serene anche se meno 'politicamente corrette', senza violenza: ora invece la violenza della televisione ha preso il posto dello slancio delle passioni.
Il semplice fatto che noi abbiamo bisogno di due lingue per trasmettere questo mio pensiero mi aiuta a fare un'altra considerazione. La traduzione, piuttosto che essere considerata un tradimento (come dite voi, traduttore-traditore) è un atto di raddoppiamento che evita l'unicità del significato. Una traduzione può costituire anche un progresso, perché si entra in possesso di entrambi i sensi, piuttosto che una perdita. Qualcuno potrebbe obiettare: 'Ma quanto si perde nella traduzione!' No, tu ottieni due menti straordinarie, non solo una; hai una duplicazione, un'arte di per sé, che evita l'unicità del significato. Abbiamo moltissime traduzioni di Omero, moltissime traduzioni di Shakespeare in altre lingue. Così, la traduzione apre all'ambiguità, alla ricchezza della mente metaforica.
Abbiamo bisogno di fare un tipo di operazione di raddoppiamento sull'idea di universalismo riduttivo contro la quale ho, per così dire, sferrato il mio attacco. Dobbiamo evitare un atteggiamento fatto di opposizioni: universale-particolare, astratto-concreto, il tempo anteriore a Babele, con la sua torre unitaria e l'effettiva diversità che si è diffusa sul pianeta, unità-molteplicità. Perché ciò potrebbe voler dire che l'unica possibilità di una lingua universale è del tipo di quella che ritroviamo nella scienza, nell'architettura - lo stile internazionale -, nella matematica, e cioè una lingua astratta. Potremmo essere portati a pensare che la lingua unificante universale debba essere una lingua astratta o una super-lingua, ma io sono del parere che esista un altro tipo di lingua universale, che si rivela in ogni particolare della natura, come immagine: la fiamma di una candela, una foglia d'albero, il latrato di un cane in lontananza, la luce delle stelle, le onde del lago che si infrangono sulla riva, il profumo che sale da una minestra calda, il fumo della legna, la manina di un bambino nella nostra: ognuna di queste è un'immagine particolare, ognuna è un'esperienza universale.
Non c'è niente di astratto. Anche questi sono universali, ma non hanno niente a che vedere con gli universali di Internet: perché richiedono un linguaggio ricco di immaginazione, e sono concreti, richiedono presenza fisica, passione emotiva, l'esperienza universale del desiderio e della gelosia, della perdita e del dolore, della serenità e della bellezza. Questi universali sono allo stesso tempo profondamente personali, individuali, eppure costruiscono le basi per la comunicazione tra le persone, e tra le persone e il mondo. Vico li avrebbe chiamati 'universali fantastici', appartenenti alla lingua dell''anima mundi'.
E ora una piccola parentesi sul modo in cui il mondo ci parla attraverso tali immagini: il cane che abbaia in lontananza, il profumo della minestra calda, la legna bruciata... Alcuni antropologi americani hanno passato molti anni a studiare gli Apache, che vivono nel Sud dell'Arizona: forse voi li conoscete attraverso i film western, dove rappresentavano gli acerrimi nemici dei buoni, una delle ultime tribù ad essere sottomessa. Per gli Apache la lingua è legata strettamente ai luoghi: i nomi dei luoghi racchiudono delle descrizioni - come del resto i nostri. Vi faccio un esempio: c'è un posto che si chiama 'Proprio-là-dove-si-cade-in-mezzo-agli-alberi'. Accadono eventi in luoghi precisi, i luoghi ci raccontano qualcosa, c'è una moralità nei luoghi, ci sono luoghi di insegnamento, che fanno sì che la gente sia consapevole di ciò che è giusto e ciò che non lo è, e lo fanno in un modo molto raffinato.
Ci sono luoghi dove accadono cose stupide, e sarebbe bene sapere quali cose stupide possono accadere in questi luoghi, e quale lezione viene anche da essi; ci sono luoghi dove si verificano conflitti, come quello in cui si incontrarono Edipo e suo padre: quello era un luogo, perché c'era una lezione, in quel luogo. C'è una lezione che si deve imparare dai luoghi, come dalla grotta in cui si incontrarono Enea e Didone. Una tragedia, un luogo da cui imparare. I nomi dei luoghi e degli dei dell'antica Grecia erano nomi locali, non c'era un'Afrodite astratta in Talete, ce n'era una per ogni realtà, legata all'acqua, a questa acqua, a questo tempio, a questa grotta, a questa roccia, e così via. Erano tutte realtà individuali e locali.
Come ha detto uno scrittore, gli Apache hanno un nome per ogni ansa del fiume, ma nessun nome per il fiume; essi cioè capiscono il particolare, il locale. E il discorso poetico, la metafora, la lingua originaria porta molteplici significati nelle immagini. Sebbene essi siano particolari, sono anche intensi, ricchi come qualunque altro universale: sono, se vogliamo, archetipi simbolici piuttosto che puramente segni. Credere che la comunicazione richieda una lingua universale, abbreviata, una Neolingua alla Orwell significa ridurre la comunicazione a mera informazione, trasformando l'informazione e il messaggio in 'dati'. Un messaggio è qualcosa di più che un insieme di 'dati'. Un messaggio è un anghelos, e ogni nazione, dice la Genesi, ha il suo angelo, perché ha il suo linguaggio.
Gli angeli possono parlarsi ancora tra loro perché la loro lingua è la lingua di questo mondo: non credo che parlino Teologia, credo che parlino Natura. Parlano la lingua della legna che brucia, della luce delle stelle, del latrato di un cane in lontananza. A motivo di Babele, tutti i popoli che non si capiscono tra loro possono invece entrare in rapporto l'un con l'altro attraverso questo profondo universalismo della psiche al livello archetipico dell'esistenza, attraverso il fondamento poetico della mente .

Traduzione di Donatella Puliga

Damasio: Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello

di Massimo Piermarini

















Un neurobiologo scrive un libro non-filosofico sul filosofo Spinoza. È il contesto di Alla ricerca di Spinoza di Antonio Damasio [ce ne siamo già occupati su Carmilla: qui]. “Poiché non sono un filosofo e questo libro non si occupa della filosofia spinoziana, è ragionevole chiedersi: perché Spinoza?” (p. 19). Altrove l’autore dichiara a chiare lettere: “Non intendo affrontare il suo pensiero al di fuori degli aspetti che ritengo pertinenti alla biologia” (p. 27). L’ipotesi teorica di partenza del saggio è che anche i sentimenti siano oggetto della scienza e se ne possa spiegare il come, il meccanismo e il dove, la localizzazione. Diventerebbe così possibile stendere la mappa della geografia cerebrale dei sentimenti e indicare l’ordine sequenziale emozioni-sentimenti: “L’emozione e le reazioni affini sono schierate sul versante del corpo, mentre i sentimenti si trovano su quello della mente” (p. 18). Il cervello produce una rappresentazione, attraverso le sue diverse configurazioni neuronali, dei molteplici aspetti dell’attività dell’organismo.
L’autore rinvia a due precedenti lavori, l’Errore di Cartesio ed Emozione e coscienza, nei quali ha indagato il ruolo dei sentimenti nel processo decisionale e nella costruzione del sé e punta a studiarli per quello che possono essere: rivelazioni dello stato in cui versa la vita all’interno dell’organismo nella sua interezza, “espressioni del benessere o della sofferenza umani, così come essi hanno luogo nella mente e nel corpo” (p. 17). L’interesse della filosofia per questa ricognizione, operata dalla neurobiologia, del problema mente-corpo - “un problema essenziale per comprendere chi siamo” (p.18) - è evidente, al di là dei vantaggi conseguibili nella cura delle patologie, soprattutto in sede antropologica, perché la nozione di essere umano dovrà tener conto dei progressi compiuti nelle scienze sociali, cognitive e biologiche.
La discussione delle tesi neurobiologiche rappresenta il livello di partenza del saggio di Damasio, mentre un secondo livello è quello dell’appropriazione della sapienza filosofica intorno all’uomo, coerente con le sue ricerche scientifiche cognitive e neurobiologiche. Un terzo livello, di tipo narrativo e personale, riguarda l’incontro con Spinoza, che risale all’adolescenza. Damasio descrive in pagine deliziose il suo impatto emotivo con i luoghi della vita di Spinoza e l’impressione ricevuta dalla lettura dei suoi scritti, al fine di avvicinarsi al carattere dell’uomo Spinoza, che “deve essere ricostruito da mille indizi indiretti” (p. 29). La storia della ricerca e della vita di Spinoza costituisce un nucleo di grande fascino letterario e psicologico del volume (cfr. soprattutto il cap. 6, Una visita a Spinoza). Damasio spiega il fatto che Spinoza, pur celebre, non sia ben conosciuto, con il contenuto eretico di molte sue idee e soprattutto con la difficoltà del suo pensiero. Esistono a suo avviso almeno quattro Spinoza: l’erudito che presenta una nuova concezione di Dio e della salvezza umana; l’architetto politico; il filosofo che si serve dei fatti scientifici e della dimostrazione geometrica e dell’intuizione per formulare la sua concezione dell’universo e dell’uomo; il “protobiologo”, che riflette sui temi della biologia della mente, il quale è ricollegabile a una parte dell’odierna neurobiologia.
Damasio analizza dunque il processo dell’affetto. La distinzione tra emozioni (azioni o movimenti in larga misura pubblici) e sentimenti (immagini mentali interne, private) viene ribadita, in contrasto con la comune opinione che li assume come sinonimi, in nome della neuroscienza cognitiva e le forme dell’affetto inquadrate rispettivamente come manifestazione esterna, pubblica e interna, privata dell’affetto. Le due sequenze di eventi che configurano l’emozione e il sentimento si esibiscono rispettivamente nel teatro del corpo e in quello della mente e fungono da regolazioni dei processi vitali, ma in due gradi o livelli distinti. I sentimenti regolano i processi vitali ad un livello superiore. Tale distinzione nasce da esigenze didascaliche ma, in realtà, emozione e sentimento appartengono a un unico processo, così come mente e corpo appartengono alla stessa sostanza. L’Autore illustra i meccanismi responsabili dell’induzione e dell’esecuzione delle emozioni che costituiscono il preambolo per la spiegazione dell’emersione dei sentimenti. La precedenza delle emozioni sui sentimenti corrisponde all’evoluzione e alla necessità dell’omeostasi di ogni organismo vivente, “un grande ramificatissimo albero di fenomeni deputati alla regolazione automatica della vita” (p. 44). Sulla base dell’emozione si produce una mappa cerebrale e poi un’idea o rappresentazione mentale dello stato interno dell’organismo. I sentimenti traducono nel linguaggio mentale lo stato vitale in cui versa il corpo, soggetto a molteplici processi omeostatici di regolazione.
I due “testi”, del corpo e della mente, in cui si manifestano rispettivamente emozioni e sentimenti, rappresentano dunque un processo unitario, proprio come Spinoza aveva sostenuto: la mente o idea pensa il corpo. I costituenti del sentimento, al di là dell’oggetto che ha causato il sentimento, consistono nella rappresentazione di un particolare stato del corpo. Si percepisce mentalmente che il corpo è in un certo modo e ci si rappresenta questo modo. A questa idea dello stato del corpo si associano idee in armonia con il genere di emozione percepita. Questa definizione è applicabile “ai sentimenti di tristezza e di qualsiasi altra emozione, come pure ai sentimenti degli appetiti e di qualunque sequenza di reazioni regolatrici abbia luogo nell’organismo” (p. 107). La conclusione è inequivocabile: nel sentimento, le entità della mente e del corpo sono intimamente fuse. All’origine del sentimento è il corpo, le cui diverse parti sono continuamente registrate in strutture cerebrali. La distinzione fra i sentimenti non può essere giustificata da una collezione di idee, bensì è funzionale “perché la loro essenza consiste nei pensieri che rappresentano il corpo nel suo coinvolgimento in un processo reattivo” (p. 109).
Ma perché Spinoza? Il suo pensiero è utile per una descrizione delle emozioni e dei sentimenti umani. Spinoza precorre alcune idee odierne: la separazione del processo del sentimento da quello dell’idea sull’oggetto che può aver causato l’emozione; la credenza nella possibilità di combattere un emozione negativa con una più forte ma positiva, indotta dalla ragione; la convinzione dell’unione di mente e corpo; il concetto di conatus, sforzo naturale di conservazione da parte degli organismi; l’affermazione che “l’oggetto dell’idea costituente la mente umana è il corpo” (Etica, II, pr. XIII). In particolare, l’idea spinoziana di conatus consente una definizione più raffinata dell’origine dei sentimenti, che si situa non soltanto nel corpo, ma nelle cellule del corpo. Esse “esistono sia come singoli organismo con un proprio conatus, sia come membri cooperativi di quella società irreggimentata che chiamiamo corpo umano e che sono tenuti insieme dal conatus dell’organismo nella sua globalità” (pp. 163-164). I contenuti dei sentimenti sono dunque configurazioni dello stato corporeo, rappresentato nelle mappe somato-sensitive del cervello. Gli stati corporei possono anche essere simulati, ma i sentimenti non cessano mai di essere percezioni interattive, in cui il cervello interpreta l’oggetto che è all’origine del sentimento, che resta comunque interno al corpo. Gli oggetti o eventi all’origine del processo sono “parti e stati del corpo in cui essi insorgono” (p. 113).
Il cervello e le sue vie di comunicazione non sono però neutrali. Cambiamenti dello stato corporeo danno luogo rapidamente a configurazioni diverse, “sotto le influenze decisive e riverberanti del cervello e del corpo” (p. 164). Ciò conferma l’affermazione di Spinoza, per il quale corpo e mente costituiscono attributi paralleli della medesima sostanza, circa la possibilità di modificare o cambiare completamente un sentimento sulla base di un’idea indotta dalla ragione. D’altra parte, i sentimenti svolgono una funzione molto importante non soltanto come “sensori mentali per monitorare l’interno dell’organismo, testimoni dei processi vitali colti nel loro svolgimento” (p. 170), ma nel comportamento sociale. L’autore rileva come persone attive e di successo siano, dopo l’insorgenza di un danno cerebrale prefrontale, inaffidabili, senza capacità di pianificazione e indipendenza, con problemi relativi al processo decisionale, per l’impedimento di un segnale legato alle emozioni e alla propria esperienza emozionale, che non riguarda per nulla la sfera cognitiva. L’esperienza emozionale passata e i segnali emozionali prodotti dal nostro corpo ci consentono infatti di classificare le situazioni sperimentate e di attivare in una situazione specifica le emozioni appropriate. Svolgono un ruolo fondamentale nell’attivare un repertorio di emozioni e sentimenti sociali, di classificazione e collegamento delle situazioni precedenti e di appropriazione nel comportamento di convenzioni e regole. L’integrità dei meccanismi dell’emozione e del sentimento è necessaria per un comportamento sociale normale, conforme alle norme dell’etica e alle leggi” . Il comportamento etico risulta impossibile laddove è compromesso il sistema dell’emozione e del sentimento. “Se i sentimenti indicano lo stato vitale in ciascun essere umano, possono farlo anche in qualsiasi gruppo umano, grande o piccolo che sia” (p. 201) e offrono un contributo importante per il potenziamento del benessere a livello sociale. Attraverso la nozione di omeostasi, Damasio esamina la possibilità di una regolazione della vita che vada oltre le soluzioni automatiche e realizzi l’omeostasi sociale, che presenta una notevole complessità di spazio sociale e culturale, i cui agiscono processi non automatici. I sentimenti sono fondamentali per mantenere gli obiettivi primari e meritevoli di perfezionamento del gruppo culturale. Damasio ritrova nella concezione della virtù come sforzo di autoconservazione non soltanto il fondamento neurobiologico del comportamento umano, ma l’istanza della capacità di conoscere e ragionare come dispositivo che apre la strada al riconoscimento degli elementi sociali e culturali. “Al di là della biologia di base vi è una decisione umana: anch’essa ha radici biologiche, ma nasce solo nell’ambiente sociale e culturale, prodotto intellettuale della conoscenza e della ragione” (p. 210). L’idea che l’etica, la legge e l’organizzazione politica siano dispositivi omeostatici è “compatibile col suo [di Spinoza] sistema” (p. 212). I sentimenti coscienti, poiché sono eventi mentali, ci consentono di integrare le grandi quantità di informazioni necessarie per i processi decisionali.
Damasio svolge una critica serrata all’insufficienza del dualismo cartesiano per spiegare la vita umana. Il problema del rapporto mente-corpo si presenta come quello tra mente e cervello in chiave neurobiologica e cognitiva. La moderna associazione fra mente e cervello non ha eliminato la scissione dualistica fra mente e corpo, ma l’ha soltanto spostata. In diverse teorie ritroviamo infatti mente e cervello da un lato e corpo (cioè l’intero organismo, a esclusione del cervello) dall’altro. La parte-cervello del corpo viene isolata dal resto e la spiegazione dei suoi rapporti con la mente diventa di conseguenza più difficile. La soluzione possibile sta nel mutare prospettiva: “La mente emerge da (o all’interno di) un cervello situato in un corpo, con il quale interagisce” (p. 228). Grazie alla mediazione del cervello la mente “è radicata nel corpo vero e proprio” (p. 229). La rappresentazione del corpo è indisgiungibile dalla mente, che trova nel corpo un appiglio indispensabile. In altre parole, cervello e mente sono manifestazioni di un singolo organismo: “Sebbene sia possibile sezionarle al microscopio, per fini scientifici, esse sono inseparabili” (p. 233). La stessa evoluzione della mente non si può spiegare senza l’influenza del corpo nell’organizzazione della mente: “La mente nel cervello - alimentata dal corpo e al corpo attenta - è utile al corpo nel suo complesso” (pp. 247-248). Tale impostazione, che colloca nel corpo l’origine della mente e della conservazione-regolazione dell’organismo corporeo, trova riscontro in Spinoza, soprattutto nelle proposizioni della seconda parte dell’Etica, che definiscono la mente come idea del corpo umano, che è il suo oggetto, e vedono mente e cervello strettamente associati e connessi al corpo. Per l’autore, una notevole percentuale delle immagini che emergono nel cervello si formano grazie a segnali afferenti dal corpo, che trovano poi una più complessa sistemazione nelle immagini mentali.
Damasio ritorna sul tema della ricerca della felicità, connessa al desiderio e all’orientamento circa il significato della vita. Il concetto di conatus di Spinoza può essere usato per affrontare il problema della sofferenza e della morte, nostra o delle persone che amiamo. I sentimenti, la coscienza e la memoria, che appartengono al bagaglio culturale della specie, ci consentono di ricercare una vita appagata, resistere all’angoscia della sofferenza e della morte e cancellarla con la gioia. In tal senso, Spinoza è stato per Damasio un immunologo della mente che sviluppa un vaccino contro le passioni, onde comprendere le emozioni negative e generare quelle positive, attraverso il potere della mente sugli stati emozionali, che può giungere alla letizia e alla beatitudine. Damasio propone di combinare alcuni aspetti della filosofia spinoziana con un atteggiamento più attivo nei confronti dell’ambiente che ci circonda: “Un atteggiamento combattivo […] sembra prometterci che non ci sentiremo mai soli finché il nostro interesse sarà concentrato sul benessere altrui” (p. 339). Questa “via”, che si discosta dall’impostazione deterministica di Spinoza, comprende una vita dello spirito, cioè un’intensa esperienza di armonia, dominata da una variante della gioia che ci renda “comunque sereni” e un atteggiamento combattivo che contrasti quella che apparentemente è la crudeltà o l’indifferenza della natura, puntando sulla speranza nel cambiamento positivo, che sia efficace a livello personale e sociale per migliorare in senso armonico la nostra condizione.

Antonio Damasio - Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello - Adelphi - € 30

martedì 2 marzo 2010

“Nei luoghi oscuri della saggezza” di Peter Kingsley"

Recensione di aprile 2008 di CATENO TEMPIO


La lettura di questo libro di Kingsley è di quelle capaci di cambiarti l’esistenza. E pare strano, dato che si presenta come uno studio per lo più storico ed interpretativo sulla persona ed il pensiero di Parmenide. La peculiarità di Kingsley sta infatti in questo, cioè nel promettere lo svelamento di un senso, di avere la pretesa di distoglierci dal vuoto affannarci della cultura contemporanea ed alla sensazione di vuoto che la pervade; peculiarità che più che in questa pretesa sta nella sua risoluzione, ossia nell’infrangere il cristallo delle apparenze e dell’altrove posto sopra o al di fuori di noi, per invece acquietarci silenziosamente nella profondità di noi stessi.

Troppo spesso sedicenti autori lusingano i lettori con assurdità circa il vero senso delle cose, sulla vera realtà di noi stessi, sulle apparenze e sul benessere; troppo spesso ciò accade per non essere colti dal sospetto leggendo le prima pagine di questo libro, dove addirittura si giunge a cotanta formulazione: «Qual è l’oggetto ultimo dei nostri desideri? Questo è l’argomento del libro»[1].

Tuttavia, al procedere nella lettura ci si accorge che è in gioco una interpretazione di Parmenide che tira in ballo la continua distorsione che ha subito il suo pensiero; ad emergere è infine una luce che proviene da ciò che è più oscuro; una luce che illumina il significato stesso della parola ‘filosofia’ e ci ricorda ciò che la saggezza è stata e ciò che deve continuare ad essere, sebbene si tenti di confinarla nella pura teoresi; per i pitagorici, infatti, «la filosofia era qualcosa che coinvolgeva tutto il loro essere, che li conduceva verso la pienezza e la libertà. Non esistevano mezze misure: la saggezza esigeva una completa dedizione e il coinvolgimento di ogni aspetto dell’essere»[2].

Le pagine del libro scorrono con una sorprendente fluidità e scorrevolezza, costruendo una sorta di climax ascendente che culmina nel magnifico capitolo che si intitola Morire prima di morire[3] e da qui si snoda in un’altra vertiginosa ascensione profonda che ci attrae irresistibilmente verso la conclusione.

E proprio dal capitolo cui accennavo vorrei cominciare. Tutta la Seconda parte (sono cinque la parti del libro) è dedicata ad interpretare il viaggio di cui ci racconta Parmenide nel suo poema. Ciò è fatto a partire dall’indagine circa la provenienza degli abitanti di Velia (o Elea) per comprenderne le tradizioni ed il contesto culturale; perché «non bisogna dimenticare che Parmenide proveniva dall’Italia meridionale. Ciò che egli scrive è al di fuori del tempo e dello spazio, ma per comprenderlo è necessario partire da un luogo e da un tempo precisi»[4]. Dunque Kingsley ci ricorda che Velia è una città fondata dagli esuli della città di Focea, sfuggiti alla conquista persiana. Il particolare della provenienza focea non è indifferente, giacché alcune particolarità religiose e culturali di Velia si comprendono solo a partire da questo dato.

Venendo a noi, l’interpretazione che Kinglsey dà del poema di Parmenide è tutta incentrata sull’oscurità e sulla morte come sole dimensioni in cui è possibile la conoscenza ed una consapevolezza altra; il poema di Parmenide non sarebbe altro che la narrazione della discesa agli inferi, uno sprofondare da non-morto nel regno dei morti, che lo stesso Parmenide avrebbe compiuto[5]. Egli è accolto benevolmente dalla dea (la quale, come fa notare Kingsley, anche per il fatto che non venga mai nominata è da identificarsi con Persefone, la regina dei morti) che gli porge la mano destra. Questo scenario ha dei precedenti illustri nel mito di Eracle (l’eroe greco per eccellenza) e nelle tradizioni orfiche; non a caso Orfeo era anche «il simbolo della tradizione poetica mistica sugli inferi, che aveva il suo centro a Velia»[6].

Scendere nel regno dei morti, in aggiunta, serviva a scoprire il proprio legame con gli dèi; sprofondare nell’oscurità del Tartaro significava essere pronti prima della morte allo stato che accomuna agli dèi (forse la morte stessa, anche se Kingsley non lo dice); la morte così acquista un senso universale e diviene il suggello ed il rifugio della conoscenza; da qui la splendida affermazione dell’autore: «che soluzione straordinaria per la saggezza nascondersi nella morte! Tutti rifuggono la morte, quindi tutti rifuggono la saggezza, a eccezione di coloro che sono disposti a pagarne il prezzo e andare controcorrente»[7].

Il mondo del Tartaro nasconde il mondo reale; lì può giungere solo l’uomo che sa, l’iniziato ai misteri, colui che sa ciò che chi rifugge dalla morte ignora. Lo scopo del viaggio è espresso con un’altra essenziale espressione: «morire prima di morire e rinunciare a vivere come apparenze di se stessi: questo dice Parmenide»[8].

Ciò che muove al viaggio è anch’esso detto chiaramente; è infatti il desiderio, la passione; ma non la volontà guerresca; piuttosto è il desiderio che si esplica come puro atto che chiede e che nel chiedere si lascia condurre e la cui forza non determina nulla se non la distanza che potrà percorrere. Di contro al vuoto affaccendarsi, all’archiviare nozioni e conoscenze per il gusto di stupire, all’accumulo di affari e parole che secondo Kingsley caratterizza la contemporaneità e che ne determina il suo vuoto, il viaggio compiuto da Parmenide è lo sprofondare in se stessi, nel proprio desiderio accettato di per se stesso e che si concretizza e trae forza ed essenza dalla quiete immota e silente (quiete su cui torneremo più sotto).

A compiere il viaggio è il cosiddetto koûros, con cui di solito si intende “giovane, ragazzo, figlio” o comunque “persona al di sotto dei trent’anni”; ma l’autore fa notare come in realtà la parola sia molto antica ed originariamente designava una qualunque persona d’animo nobile, o, meglio ancora, l’eroe. Il termine era anche utilizzato per indicare gli iniziati; insomma il koûros «è un uomo che si pone al confine tra il mondo umano e il mondo divino, ad ambedue ha accesso e in ambedue è riconosciuto e amato»[9]. Ma tale termine non indica solo tale tipo di uomo; indica anche un dio che sia immagine di un siffatto tipo umano, che personifichi divinamente l’eroe con la precisazione che «il più importante fra i koûrai divini era Apollo. Apollo era il koûros divino, il dio del koûros, il suo modello, la sua immagine e incarnazione universale»[10]. In questo contesto si fa importante la provenienza focea di Velia, giacché il culto di Apollo era diffuso nella zone costiere dell’Anatolia occidentale, dove appunto sorgeva Focea. E lì Apollo era venerato con l’appellativo di Oulios, che letteralmente vuol dire “esiziale, distruttivo, crudele”, ma che acquistò anche il significato di “colui che risana”; Apollo era dunque «il distruttore che risana e il guaritore che distrugge»[11].

Non è certo un caso, dunque, che Parmenide, compagno di fanciulle figlie del sole, giunga nel regno della tenebre, dove gli opposti, «terra e cielo, notte e giorno, luce e oscurità, ma anche maschio e femmina, mortalità e immortalità, morte e giovinezza»[12] si congiungono.

Nelle stesse iscrizioni in cui è stato ritrovato il nome Oulis riferito ad alcuni abitanti di Velia (nomi attraverso cui si è risaliti al culto di Apollo Oulios) vi è un altro termine che compare e di cui non si era mai avuta traccia: il termine è Phōlarchós; questo termine significa pressappoco “custode del rifugio” e presumibilmente era attribuito a coloro che custodivano un luogo terapeutico di incubazione. Tali rifugi, infatti, erano adibiti alla cura tramite l’incubazione, giacché si riteneva che la cura avvenisse grazie all’intervento divino, tramite sogni, segni, visioni o parole, durante quella sorta di catalessi in cui giaceva il malato. I rifugi, inoltre, erano spesso della caverne che si diceva fossero le porte degli inferi; sulle caverne sorgeva un tempio dedicato ad Apollo, divinità a cui i Phōlarchós erano devoti.

L’importanza e la profondità di Apollo svelano il loro senso sia da quanto appena detto, sia dalla constatazione che l’identificazione spicciola di Apollo con il Sole ne appiattisce il significato, in quanto non si considera che «la vera dimora del Sole è nell’oscurità degli inferi»[13]; lo stesso Orfeo, sacerdote e profeta di Apollo, dopo aver compiuto il viaggio nel regno dei morti comprende che «il Sole è il più grande degli dèi ed è Apollo»[14].

Il legame di Parmenide con i riti orfici e con Apollo è mostrato anche dalla pratica dell’incubazione non solo da parte dei malati e di chi li doveva custodire, ma anche da persone che tramite l’estasi raggiungevano un altro livello di consapevolezza ed erano capaci di profetare; profezie che non avevano solo il senso attuale di previsione del futuro, ma si riferivano anche alla comprensione del passato e del presente. La pratica era diffusa a Creta, a Samo (per cui anche Pitagora apparteneva al novero di questi uomini) ed a Velia. Il nome con cui era conosciuto chi praticava questa incubazione era iatromante ed ha il significato di “medico” o “guaritore” e “profeta”. Anche qui risalta agli occhi il fatto che Iatromante era uno degli epiteti di Apollo. Ciò che più contraddistingue gli iatromanti è la loro concezione secondo la quale «quello da cui dobbiamo guarire è spesso qualcosa che sfugge alla nostra comprensione; ignoriamo che cosa ci sia di giusto o di sbagliato in noi ed è a questa mancata conoscenza che dobbiamo porre rimedio»[15].

Se Parmenide, come emerge dalle analisi di Kingsley, fu uno di questi iatromanti e addirittura “l’eroe fondatore” (éros ktístēs) di una serie di guaritori che si consideravano sui discendenti, allora si fa chiara l’incomprensione e la mistificazione di cui è stato oggetto il suo poema, considerato l’inizio dall’impronta estremamente astratta e razionalistica della filosofia occidentale[16].

Per recuperare la dottrina e quindi l’esistenza originaria del filosofo di Velia, Kingsley attua anche una scelta linguistica, sulla base di un’iscrizione scoperta da Mario Napoli nel 1962[17] e che confermerebbe quanto sospettato dagli studiosi circa la correttezza del nome del filosofo; tant’è che dalla pagina centoventisei Kingsley non scrive più “Parmenide”, bensì “Parmeneide”. È una scelta che sento di sposare, tant’è che d’ora in poi lo chiamerò così.

Col cambiamento del nome si cerca di recuperare tutta una tradizione rifiutata, tradizione a cui il modello politico arrogante ed espansionista di Atene si oppose. Potremmo dire che ha vinto il lógos; ed a soccombere è stata l’hēsychía, ossia la quiete immota e silente cui accennavamo prima. La saggezza di Parmeneide è racchiusa in questa quiete immota e silente; egli legiferava in tale stato ed assumeva una condizione eroica; per i greci tutto ciò era inquietante, giacché «quiete e silenzio erano considerati il mezzo per avvicinare gli eroi: grazie a loro un essere umano era trasportato in un’altra realtà dove passato, presente e futuro sono tutt’uno»[18].

Come dicevo all’inizio, la quiete immobile e silente pervade, permea e informa tutta l’esistenza che trova in questo la sua armonia; quest’ultima, nondimeno, non ha nulla di dolce o pacifico o lo ha in senso diverso da come lo intendiamo noi; giacché «per i pitagorici [e in un qual certo modo Parmeneide era di questa cerchia] era armonia perfino la guerra, i cui accordi erano diretti dal comandante dell’artiglieria ed eseguite dalle funi della catapulta»[19].

A ulteriore testimonianza dell’unitarietà di concreto e astratto nella dottrina parmeneidea basti ricordare la fine del suo discepolo adottato Zenone che morì combattendo a Lipari nel tentativo di contrastare gli Ateniesi.

Ad amara conclusione, a nuovo ed antico inizio per vivere secondo gli insegnamenti parmeneidei e per ricordare l’eroico tentativo zenoniano, ricordiamo infine che «naturalmente, come tutti sappiamo, Atene vinse su tutta la linea»[20].


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[1] P. Kingsley, Nei luoghi oscuri della saggezza, Marco Tropea Editore, Milano 2001, pag. 14.

[2] Ivi, pag. 179.

[3] Ivi, pagg. 65-76.

[4] Ivi, pag. 66.

[5] Cfr. ivi, pag. 57.

[6] Ivi, pag. 67.

[7] Ivi, pagg. 67-68.

[8] Ivi, pag. 68.

[9] Ivi, pag. 73.

[10] Ivi, pag. 75.

[11] Ivi, pag. 63.

[12] Ivi, pag. 76.

[13] Ivi, pag. 87.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, pag. 103.

[16] Secondo Kingsley ciò è dovuto a Platone, soprattutto, e ad Aristotele. Cfr. ivi, pagg. 47-52.

[17] L’immagine dell’iscrizione è riportata in: ivi, pag. 124; per il resto si veda la bibliografia (che peraltro è ampissima, circa trenta pagine, e dettagliatissima).

[18] Ivi, pag. 154.

[19] Ivi, pag. 180.

[20] Ivi, pag. 181.